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Adesso la birra seduce anche i medici, un concentrato di nutrienti benefici per la salute Andrea Ghiselli (Inran) "La quota d’alcol è ragionevole: basta avere giudizio" bionda. Quella che piace di più è bionda, fresca e allegra, eppur facile da conquistare, basta un salto al pub o al supermercato e, se non se ne abusa, può anche rivelarsi benefica. È la birra, bevanda alcolica sempre più oggetto di ricerche scientifiche volte ad evidenziare l’azione positiva sulla salute di alcuni suoi componenti. Ad esempio, due ricercatori dell’University College Medical School di Londra e dell’Harvard School of Public Health di Boston hanno di recente affermato che per le donne bere birra o vino significa avere meno rischi di sviluppare il diabete di tipo 2 (mellito). Inoltre la fibra solubile che si trova nelle pareti delle cellule dell’orzo può contribuire a ridurre l’aumento del colesterolo nel sangue mentre è stato dimostrato che il luppolo agisce positivamente nella formazione di cellule in grado di inibire le metastasi. Ricca di potassio, magnesio e povera di sodio, favorisce l’accelerazione del processo diuretico, e può rivelarsi utile per contrastare la ritenzione idrica e i problemi di circolazione annessi. «È una bevanda alcolica ottenuta dalla lavorazione di cereali, principalmente orzo, quote di mais, o grano», spiega Andrea Ghiselli ricercatore dell’Istituto nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione. «Dal punto di vista nutrizionale è composta da acqua, alcol, zuccheri in proporzione variabile, minerali, come ad esempio rame e selenio, e sostanze antiossidanti di origine fenolica, che agiscono contro alcune sostanze tossiche, i "radicali liberi", riconosciuti come promotori di alcune malattie cardiovascolari. Vi sono poi le vitamine del gruppo B, immediatamente disponibili per l’organismo, e l’acido folico. Inoltre la birra contiene anche sostanze, i fitoestrogeni, in grado di rallentare il depauperamento delle ossa, sostanze, però, presenti in una serie infinita di vegetali, reperibili in natura senza traccia di alcol. Quindi, consigliare alle donne in menopausa di aumentare il consumo di birra è sbagliato: se è vero che i fitoestrogeni proteggono le ossa, è anche vero che le bevande alcoliche possono contribuire alla loro demineralizzazione». È bene allora cercare un equilibrio tra componenti dannose e benefiche presenti in bevande di questo tipo. Tale equilibrio si realizza rispettando determinate condizioni, ossia la modica quantità e la contemporaneità con i pasti, cioè bere a stomaco pieno. Per modica quantità si intende la quota giornaliera consigliata dalle più recenti linee guida cioè 2 unità alcoliche giornaliere (2 lattine circa), in assenza di altre fonte di alcool, per gli uomini; un’unità per le donne e gli anziani e nulla per i ragazzi al di sotto dei 16 anni, che non devono proprio bere. Ha quasi più sfumature del vino, accoppiarla con i cibi è un’arte Non solo pizza, ma anche formaggi, pesce, carni e dessert. Come i vini, anche le birre, a seconda della varietà, si accompagnano meglio ad alcuni cibi piuttosto che ad altri. Inoltre, grazie alla sua versatilità, la bevanda può ben figurare colà dove fallisce il nettare di Bacco, ed è il caso dei carciofi, dell’aceto e della cioccolata. Per dare risalto alle caratteristiche di ogni birra è bene comunque far riferimento ad un principio basilare: a cibi delicati vanno sempre abbinate birre dal gusto leggero. Per una facile classificazione possiamo dire che le birre a fermentazione alta si comportano come un vino rosso, mentre quelle a bassa fermentazione sono simili ad un vino bianco. Le lambic belghe, ad esempio, sono ottime per accompagnare aperitivi e entrées, la lager export sposa bene i primi piatti delicati, la strong si addice invece a primi con sughi più decisi; la ale ancora è indicata per carni arrosto e cacciagione, la pils bavarese è l’ideale per i piatti di pesce, la birra d’abbazia si intende bene con i formaggi saporiti, mentre kriek o framboise dell’area di Bruxelles sono consigliate per torte e dolci di frutta. Fonte (Isabella Egidi) da Repubblica Salute
Dicembre 2003
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