«Prima ci hanno comprato, poi ci hanno cancellato»: così il colosso della birra ha spento le spine di Birra del Borgo
Dalla gloria artigianale alla chiusura di Borgorose: la multinazionale AB InBev spegne le spine di Birra del Borgo. La toccante protesta e la lettera dei 25 lavoratori licenziati.

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«Prima ci hanno comprato, poi ci hanno cancellato»: così il colosso della birra ha spento le spine di Birra del Borgo
La tragica parabola del birrificio di Borgorose: acquistato nel 2016 dalla multinazionale AB InBev, oggi chiude i battenti tra cancelli sbarrati, licenziamenti e la commovente lettera d'addio dei suoi 25 lavoratori.
L'illusione dell'integrazione perfetta tra eccellenza artigianale e gigante industriale globale si è infranta definitivamente. La storia di Birra del Borgo, simbolo pionieristico del rinascimento brassicolo italiano nato tra le montagne dell'Appennino a Borgorose, giunge al suo capitolo più amaro e drammatico.
Le immagini diffuse in queste ore — rilanciate anche dal profilo di Selvaggia Lucarelli — parlano chiaro: carte e striscioni affissi sui cancelli dello stabilimento e sopra i rubinetti delle spine recitano lo stesso messaggio secco: "AB InBev CHIUDE Birra del Borgo, LICENZIANDO I DIPENDENTI". Una protesta visiva incisiva organizzata con il supporto della FLAI CGIL che mostra il volto umano dietro i numeri di bilancio.
«Venerdì saremo a Milano, in piazza Gae Aulenti. Saremo in pochi: venticinque persone arrivate da un paese dell'Appennino, con le loro famiglie. Non sarà un corteo imponente, ma saremo lì perché è l'unico modo che ci resta per essere visti: per mettere una faccia, un nome e una storia accanto a una riga di bilancio.»
— Le lavoratrici e i lavoratori di Birra del Borgo
Dal farro della Sabina al foglio di calcolo della multinazionale
Rilevata nel 2016 da AB InBev — il gruppo belga-brasiliano proprietario di marchi come Bud, Corona, Beck's e Stella Artois —, Birra del Borgo doveva rappresentare il fiore all'occhiello dell'artigianalità nel portafoglio del colosso mondiale. Con l'acqua delle montagne laziali, il farro della Sabina e fermentazioni uniche (come quelle celebri di ReAle e Duchessa), aveva regalato credibilità al gruppo nel settore delle birre ad alta gamma.
Tuttavia, come denunciato chiaramente dai dipendenti nei messaggi d'addio diffusi sui social, negli anni la multinazionale ha progressivamente sfilato le funzioni commerciali e di marketing allo stabilimento locale, lasciando la produzione senza la forza distributiva promessa:
Come si è arrivati alla chiusura:
- Anni 2000: Nascita e boom del birrificio a Borgorose (Rieti).
- 2016: Acquisizione totale da parte del colosso multinazionale AB InBev.
- Marginalizzazione: Sottrazione progressiva dell'autonomia commerciale e decisionale.
- Proposta alternativa rifiutata: Rifiutato il piano dei lavoratori per costituirsi in cooperativa e rilevare il marchio con investitori privati.
- 2024: Decisione irrevocabile di chiusura e vertenza per 25 famiglie.
C'erano altre strade? La cooperativa dei lavoratori bocciata
Il dettaglio più amaro dell'intera vicenda risiede nelle opzioni scartate. Nelle ultime settimane, un gruppo di lavoratori aveva trovato il supporto necessario per costituirsi in cooperativa e rilevare il marchio, affiancato dall'interesse di almeno due investitori privati. Impianti, competenze e ricette storiche erano pronti a ripartire in autonomia.
La multinazionale ha però tirato dritto verso la liquidazione del sito, preferendo cancellare il marchio piuttosto che lasciarlo tornare a camminare con le proprie gambe nel circuito artigianale.
«Portate con voi il ricordo che in Italia, dentro questo gruppo, c'era un birrificio che faceva le cose bene.»
Una vicenda che va ben oltre la chiusura di una fabbrica: è il simbolo di cosa accade quando la passione artigianale e il legame con un territorio montano vengono inghiottiti da logiche finanziarie distanti anni luce dai luoghi in cui le birre nascono e vivono.
